
L'Italia è chiamata Penisola per la sua natura geografica, Stivale per la sua caratteristica forma, Belpaese per il suo clima e le sue bellezze naturali ed artistiche.
BENVENUTI - TERVETULOA - VäLKOMMEN
lunedì 15 giugno 2009
mercoledì 20 maggio 2009
Il campo da calcio

Il campo da calcio o campo di gioco è l'intera struttura destinata ad ospitare una partita di calcio.
Il terreno di gioco è delimitato con striscie bianche che segnano i limiti del campo stesso, delle due aree, del centrocampo, e dei calci d'angolo.
Il terreno di gioco è delimitato con striscie bianche che segnano i limiti del campo stesso, delle due aree, del centrocampo, e dei calci d'angolo.
Al centro di ciascun lato minore del terreno di gioco sono situate le porte.
Le linee sono parte integrante del terreno di gioco. Esse possono essere tracciate con gesso bianco sui terreni in erba ed in terra battuta, con segatura nel caso di terreno bagnato, con polvere di carbone sui terreni innevati. Sui terreni in erba sintetica viene utilizzata una vernice bianca non tossica.
A causa delle origini inglesi del calcio e l'iniziale predominio dell'IFAB nello stilare le regole del gioco, le dimensioni standard di un campo di calcio sono in yards e hanno un equivalente approssimato in unità decimali.
La lunghezza del terreno di gioco in partite internazionali deve essere tra i 100 e i 110 metri, e la larghezza tra i 64 e i 75 metri. Per le altre partite i limiti sono un po' più elastici: dai 90 ai 120 metri di lunghezza e tra i 45 e i 90 metri di larghezza. Si adottano tuttavia molto spesso le indicazioni per le gare internazionali. Da qualche anno inoltre la FIFA ha consigliato le misure standard di 105 metri di lunghezza per 68 di larghezza.
Il terreno di gioco è diviso a metà, nel senso della lunghezza, dalla linea mediana. Con centro alla metà di questa linea si trova una circonferenza (cerchio di centrocampo) di raggio pari a 9,15 metri (10 iarde): da qui viene battuto il calcio d'inizio al cominciare dei due tempi di gioco, e ogni volta che viene segnato un gol. Quando una squadra batte il calcio d'inizio, l'avversario deve rimanere fuori dal cerchio di centrocampo.
Alle due estremità del terreno di gioco si trovano le porte. Queste sono composte da due pali verticali piazzati in maniera equidistante dalle bandierine d'angolo. I due pali distano tra di loro 7,32 metri e sono alti 2,44 metri. Una barra traversale, detta traversa, li congiunge alle estremità alte. Dietro la porta si trova una rete, che serve per trattenere il pallone e rendere certa la realizzazione di una rete. Le reti devono essere ben fissate ai pali, alla barra traversale, ed al terreno sottostante e possono essere di canapa, yuta, nylon od altro materiale approvato.
Sul terreno di gioco sono segnate anche due aree di rigore, intorno a ciascuna porta. Queste entrano nel terreno di gioco per 16,5 metri e distano la 16,5m da ciasun palo della porta. A 11 metri dal centro della linea di porta, all'interno dell'area, c'è il dischetto del rigore (usualmente un circolo, ma il regolamento prevede un "segno idoneo", cioè anche una croce ecc.). Se la squadra che attacca subisce fallo che comporta una punizione diretta dentro l'area, il calcio di rigore verrà battuto da questo dischetto. C'è poi l''area di porta detta anche area piccola, dove si posiziona il pallone in occasione del calcio di rinvio.
Ad ogni angolo del campo c'è un quarto di cerchio del raggio di un metro, detto area d'angolo, all'interno di questo viene posizionato il pallone nel calcio d'angolo.
venerdì 24 aprile 2009
Il 25 aprile, festa della liberazione.

Il 19 aprile 1945, mentre gli Alleati (Le truppe anglo-americane) avanzavano nella valle del Po, i partigiani su ordine del CLN (Il movimento partigiano, prima raggruppato in bande autonome, fu successivamente organizzato dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), guidato dal generale Raffaele Cadorna) diedero il via all'insurrezione generale. Dalle montagne, i partigiani confluirono verso i centri urbani del Nord Italia, occupando fabbriche, prefetture e caserme. Le formazioni fasciste e le truppe tedesche erano allo sbando.
Milano e Torino furono liberate il 25 aprile: questa data è stata assunta quale giornata simbolica della liberazione di tutta l'Italia dal regime nazifascista e, denominata Festa della Liberazione, viene commemorata annualmente in tutte le città italiane.
Le truppe alleate arrivarono nelle principali città liberate nei giorni seguenti. La liberazione di molte città, inclusi centri industriali di importanza strategica, prima dell'arrivo degli alleati rese l'avanzata di questi più rapida e meno onerosa in termini di vite e rifornimenti. In molti casi avvennero drammatici combattimenti strada per strada; i resti dell'esercito tedesco e gli ultimi irriducibili fascisti della Repubblica Sociale Italiana sparavano asserragliati in vari edifici o appostati su tetti e campanili su partigiani e civili. .
La notte tra il 25 e il 26 aprile 1945 Benito Mussolini, con i suoi gerarchi e famiglie pernotta a Grandola ed Uniti nell'hotel Miravalle nella frazione di Cardano.
Il 27 aprile 1945 Benito Mussolini, indossando la divisa di un soldato tedesco, fu catturato a Dongo, in prossimità del confine con la Svizzera, mentre tentava di espatriare assieme a Claretta Petacci. Riconosciuto dai partigiani, fu fatto prigioniero e giustiziato il giorno successivo 28 aprile a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como; il suo cadavere venne esposto impiccato a testa in giù, accanto a quelli della stessa Petacci e di altri gerarchi, in piazzale Loreto a Milano, dove fu lasciato alla disponibilità della folla, che infierì sul cadavere. In quello stesso luogo otto mesi prima i nazifascisti avevano esposto e dileggiato, quale monito alla Resistenza italiana, i corpi di quindici partigiani uccisi.
Le truppe alleate arrivarono nelle principali città liberate nei giorni seguenti. La liberazione di molte città, inclusi centri industriali di importanza strategica, prima dell'arrivo degli alleati rese l'avanzata di questi più rapida e meno onerosa in termini di vite e rifornimenti. In molti casi avvennero drammatici combattimenti strada per strada; i resti dell'esercito tedesco e gli ultimi irriducibili fascisti della Repubblica Sociale Italiana sparavano asserragliati in vari edifici o appostati su tetti e campanili su partigiani e civili. .
La notte tra il 25 e il 26 aprile 1945 Benito Mussolini, con i suoi gerarchi e famiglie pernotta a Grandola ed Uniti nell'hotel Miravalle nella frazione di Cardano.
Il 27 aprile 1945 Benito Mussolini, indossando la divisa di un soldato tedesco, fu catturato a Dongo, in prossimità del confine con la Svizzera, mentre tentava di espatriare assieme a Claretta Petacci. Riconosciuto dai partigiani, fu fatto prigioniero e giustiziato il giorno successivo 28 aprile a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como; il suo cadavere venne esposto impiccato a testa in giù, accanto a quelli della stessa Petacci e di altri gerarchi, in piazzale Loreto a Milano, dove fu lasciato alla disponibilità della folla, che infierì sul cadavere. In quello stesso luogo otto mesi prima i nazifascisti avevano esposto e dileggiato, quale monito alla Resistenza italiana, i corpi di quindici partigiani uccisi.
Il 2 maggio il generale britannico Alexander ordinò la smobilitazione delle forze partigiane, con la consegna delle armi.
La Resistenza aveva esaurito il suo compito.
Foto: Mussolini e la Petacci a piazzale Loreto (Milano)
mercoledì 15 aprile 2009
domenica 12 aprile 2009
venerdì 10 aprile 2009
Sega la vecchia
Una antica tradizione del periodo quaresimale, diffusa soprattutto in centro Italia, è il "sega la vecchia". Tradizione di origine contadina, vedeva un gruppo di attori improvvisati visitare le case dei dintorni inscenando una rappresentazione a carattere burlesco in cui un albero di quercia (rappresentato da una vecchia donna) veniva simbolicamente abbattuto e segato da due dei partecipanti (segantini), fino a risorgere tra canti, balli ed altre manifestazioni di gioia. Anticamente nelle piazze si rappresentava una vecchia tramite un fantoccio che veniva segato tra le urla e gli schiamazzi degli spettatori. Il rituale fu praticato in tutta l'Europa agricola in un periodo che va dal medioevo all'800.
La rappresentazione voleva essere un'allegoria del ritorno alla vita e della rinascita.
La tradizione in Umbria:
I segantini cercano una quercia da segare e si rivolgono a tutte le donne guardandole e trattandole come se fossero piante. L'unica quercia che fa al caso loro è la vecchia che si sono portati. Incominciano allora a segnarla e segarla, proprio come fanno i boscaioli con le piante...A lavoro finito però, alla porta di casa bussa un Vecchio, che cerca la moglie fuggita da casa. Inciampando sulla quercia si accorge che quella è proprio sua moglie. I segantini preoccupati di averla segata gli dicono che la vecchia è malata, e vedendolo preoccupato gli suggeriscono di chiamare il dottore e il farmacista per farla guarire. Alla fine la vecchia guarisce miracolosamente così il vecchio se la può portare di nuovo a casa.
martedì 7 aprile 2009
venerdì 3 aprile 2009
martedì 31 marzo 2009
Le Capitali d'Italia

Il 17 marzo del 1861, il primo Parlamento italiano riunito a Torino ratificava l'avvenuta unità del Paese e proclamava Vittorio Emanuele II di Savoia Re d'Italia. Il 26 marzo successivo, il Parlamento approvava un ordine del giorno che auspicava Roma capitale d'Italia. All'unità del Paese mancavano ancora le regioni nord orientali , in mano all'Austria e soprattutto il Lazio con Roma. Nel 1861 la Capitale del neonato Regno d'Italia era quindi la sabauda Torino, città che allora contava circa 175.000 abitanti, e lo resterà fino al 1865. Torino nel XVI sec. divenne la capitale del Ducato di Savoia, sino ad allora la capitale era stata Chambery, attualmente in Francia, e nel 1713, quando i Duchi di Savoia ottennero il Titolo di Re, prima di Sicilia e poi di Sardegna, la città di Torino diventò capitale di un Regno. Nel 1865, per motivi di opportunità politica, la Capitale del Regno d'Italia fu spostata da Torino a Firenze. La splendida città toscana era una tappa verso la definitiva sede della Capitale italiana che ancora era in mano al Papato sotto la protezione di Napoleone III. Nel 1870 Napoleone III perse il potere ed il 20 settembre, dopo un ultimo tentativo di arrivare ad un accordo pacifico con il Papa, le truppe italiane al comando del Generale Cadorna entrarono in Roma attraverso la famosa breccia di Porta Pia. Roma era stata conquistata! Il 3 luglio del 1871, il Re fece la sua entrata solenne nell'Urbe che divenne la terza e definitiva Capitale dell'Italia.
Foto: Camillo Benso conte di Cavour
sabato 28 marzo 2009
Pietà Rondanini

La Pietà Rondanini, così chiamata dal nome di uno dei proprietari, è considerata l'ultima opera scolpita da Michelangelo. La scultura raffigura, in uno schema alquanto insolito, Maria e Gesù in piedi, con la Madre in atto di sostenere a fatica il corpo morto del Figlio. La base della scultura è un'ara funeraria romana della fine del I secolo d.C., forse rimaneggiata in età rinascimentale, che reca le effigi dei coniugi Marco Antonio e Giulia Filumena Asclepiade. Michelangelo tornò a più riprese a lavorare intorno al soggetto della Pietà; oltre alla prima, conservata a S. Pietro abbiamo, in ordine di tempo la Pietà di Palestrina poi quella del Duomo di Firenze e in ultimo la Pietà Rondanini.
Nella sua continua ricerca tecnica ed espressiva, il Maestro approfondisce i temi della morte e del dolore collegati al messaggio cristiano della risurrezione del Cristo e della salvezza.
La Pietà Rondanini, attualmente conservata nel Castello Sforzesco di Milano, fu donata da Michelangelo ad Antonio del Francese. Nel 1744 la statua fu acquistata dai marchesi Rondanini, e fu conservata per molto tempo nella biblioteca di palazzo Rondanini a Roma in via del Corso.
martedì 24 marzo 2009
Isabella Morra

Nata a Favale, l'odierna Valsinni, nel 1516 circa, morì nell'inverno tra il 1545 e il 1546. Fu uccisa dai fratelli per una presunta storia d'amore con Diego Sandoval De Castro, poeta di origine spagnola, barone di Bollita (l'odierna Nova Siri). Petrarchista, Isabella Morra ha lasciato uno struggente canzoniere, fatto di dodici sonetti e tre canzoni, che, pubblicato per la prima volta nel 1559, ne fa la più grande poetessa d'amore del Rinascimento italiano per originalità e schiettezza del sentire.
Dopo un lungo silenzio, protrattosi dal 1559 fino all'Ottocento, fu riscoperta da Angelo De Gubernatis nel 1901, con una conferenza tenuta nel Circolo Filologico di Bologna, poi pubblicata nel 1907. Ma doveva toccare a Benedetto Croce occuparsene approfonditamente in un lungo saggio, che fu preparato da un viaggio-pellegrinaggio fino a Valsinni, tra il 23 e il 25 novembre 1928, nella speranza di trovar tracce della di lei vita e opera. Non fu trovato nulla, tranne l'aura entro cui si svolse una poesia, che, nata dall'isolamento geografico, diventava il canto della solitudine, secondo immagini e ritmi e sospiri che sarebbero stati, poi, di Giacomo Leopardi. Anche Isabella Morra, infatti, sognò la fuga e la libertà dal suo "denigrato sito", ove era costretta a "menar" la sua vita e che considerava "sola cagion del suo tormento". E anche per lei l'unica forma di evasione fu la poesia, intesa come canto.
Vagheggiando il mondo delle corti, la giovane poetessa pensava a Parigi, ove viveva suo padre, esule dal 1528 per aver parteggiato con i Francesi contro gli Spagnoli vincitori. Sola nel suo lontano castello, e in balia dei fratelli rozzi e selvatici, ella sospirava il ritorno del padre; bisognosa d'amore, forse dopo una grave malattia che la portò in prossimità della morte, trovò la quiete nella fede religiosa, di cui sono testimonianza la canzone a Cristo e la canzone alla Vergine; ma fu ripresa da un nuovo ardente desiderio di affetto e libertà al comparir di Diego Sandoval De Castro, marito dell'amica Antonia Caracciolo, applaudito nelle corti d'Italia, amico dell'imperatore Carlo V e dei potenti, ma nemico della famiglia Morra, filofrancese.
I fratelli di Isabella, per motivi d'onore, ma anche per motivi politici, non accettarono nemmeno il sospetto che fra la sorella e il nemico spagnolo, sposato e con figli, potesse correre una simpatia, che forse era solo letteraria. Né si potevano ignorare le voci che correvano tra la gente di Valsinni. Sotto i loro pugnali e archibugi, perciò, nell'ordine, caddero il pedagogo di famiglia, protettore di Isabella e presunto mezzano d'amore, la stessa Isabella e, l'anno successivo, Diego Sandoval De Castro. Per gli assassini, quindi, ci fu l'ospitalità francese, presso il re Francesco I e presso il padre, che dalla Francia non era mai rientrato e che nulla fece per evitare la terribile vendetta.
Dopo un lungo silenzio, protrattosi dal 1559 fino all'Ottocento, fu riscoperta da Angelo De Gubernatis nel 1901, con una conferenza tenuta nel Circolo Filologico di Bologna, poi pubblicata nel 1907. Ma doveva toccare a Benedetto Croce occuparsene approfonditamente in un lungo saggio, che fu preparato da un viaggio-pellegrinaggio fino a Valsinni, tra il 23 e il 25 novembre 1928, nella speranza di trovar tracce della di lei vita e opera. Non fu trovato nulla, tranne l'aura entro cui si svolse una poesia, che, nata dall'isolamento geografico, diventava il canto della solitudine, secondo immagini e ritmi e sospiri che sarebbero stati, poi, di Giacomo Leopardi. Anche Isabella Morra, infatti, sognò la fuga e la libertà dal suo "denigrato sito", ove era costretta a "menar" la sua vita e che considerava "sola cagion del suo tormento". E anche per lei l'unica forma di evasione fu la poesia, intesa come canto.
Vagheggiando il mondo delle corti, la giovane poetessa pensava a Parigi, ove viveva suo padre, esule dal 1528 per aver parteggiato con i Francesi contro gli Spagnoli vincitori. Sola nel suo lontano castello, e in balia dei fratelli rozzi e selvatici, ella sospirava il ritorno del padre; bisognosa d'amore, forse dopo una grave malattia che la portò in prossimità della morte, trovò la quiete nella fede religiosa, di cui sono testimonianza la canzone a Cristo e la canzone alla Vergine; ma fu ripresa da un nuovo ardente desiderio di affetto e libertà al comparir di Diego Sandoval De Castro, marito dell'amica Antonia Caracciolo, applaudito nelle corti d'Italia, amico dell'imperatore Carlo V e dei potenti, ma nemico della famiglia Morra, filofrancese.
I fratelli di Isabella, per motivi d'onore, ma anche per motivi politici, non accettarono nemmeno il sospetto che fra la sorella e il nemico spagnolo, sposato e con figli, potesse correre una simpatia, che forse era solo letteraria. Né si potevano ignorare le voci che correvano tra la gente di Valsinni. Sotto i loro pugnali e archibugi, perciò, nell'ordine, caddero il pedagogo di famiglia, protettore di Isabella e presunto mezzano d'amore, la stessa Isabella e, l'anno successivo, Diego Sandoval De Castro. Per gli assassini, quindi, ci fu l'ospitalità francese, presso il re Francesco I e presso il padre, che dalla Francia non era mai rientrato e che nulla fece per evitare la terribile vendetta.
Fonte: APT Basilicata
D'un alto monte onde si scorge il mare
D'un alto monte onde si scorge il mare
miro sovente io, tua figlia Isabella,
s'alcun legno spalmato in quello appare,
che di te, padre, a me doni novella.
Ma la mia adversa e dispietata stella
non vuol ch'alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma, di pietà rubella,
ha salda speme in piano fa mutare;
ch'io non veggo nel mar remo nè vela
(così deserto è l'infelice lito)
che l'onde fenda o che la gonfi il vento.
Contra Fortuna allor spargo querela,
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento
D'un alto monte onde si scorge il mare
miro sovente io, tua figlia Isabella,
s'alcun legno spalmato in quello appare,
che di te, padre, a me doni novella.
Ma la mia adversa e dispietata stella
non vuol ch'alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma, di pietà rubella,
ha salda speme in piano fa mutare;
ch'io non veggo nel mar remo nè vela
(così deserto è l'infelice lito)
che l'onde fenda o che la gonfi il vento.
Contra Fortuna allor spargo querela,
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento
Foto: Il castello di Isabella Morra a Valsinni
sabato 21 marzo 2009
Equinozio di primavera
L’Equinozio di primavera è uno dei due momenti dell’anno in cui giorno e notte sono uguali (la parola equinozio deriva dal latino “aequus nox”, notte uguale), l'altro è rappresentato dall'equinozio d'autunno. Con l'equinozio di primavera inizia la metà dell'anno in cui le ore di luce sono maggiori di quelle buie. Le ore di luce aumentano sino al solstizio d'estate quando si avrà il giorno più lungo dell'anno. Dal solstizio d'estate le ore di luce, pur rimanendo maggiori di quelle di buio, cominceranno a decrescere fino all'equinozio d'autunno quando si avrà di nuovo l'equilibrio tra giorno e notte. Con lo stesso meccanismo l'equinozio d'autunno darà origine alla metà dell'anno in cui le ore di buio saranno maggiori di quelle di luce.
L'equinozio di primavera è l'inizio di questa stagione che ha segnato la storia dell'uomo il quale nelle sue varie espressioni culturali l'ha associata a concetti come rinascita, fertilità, resurrezione
Foto: La primavera di Botticelli
L'equinozio di primavera è l'inizio di questa stagione che ha segnato la storia dell'uomo il quale nelle sue varie espressioni culturali l'ha associata a concetti come rinascita, fertilità, resurrezione
Foto: La primavera di Botticelli
venerdì 20 marzo 2009
Minoranze linguistiche: il Cimbro
Il termine "cimbro" è una italianizzazione della parola "zimbar" usata dalla popolazione per indicare la propria lingua. Il cimbro è un dialetto bavarese arcaico, chiamato baiuvaro e definito dai linguisti come "la più antica parlata periferica esistente del dominio linguistico tedesco", questa peculiarità rende il cimbro particolarmente importante per gli studiosi. Nonostante l'omonimia, non vi sono correlazioni con le popolazioni di epoca romana conosciute come Cimbri che provenivano dalla Danimarca.
La lingua baiuvara è presente nel Trentino e nelle zone montane delle provincie venete di Verona e Vicenza.
Luserna, piccolo paese a circa 40 km da Trento è l'ultima isola linguistica in cui il cimbro viene parlato da quasi tutta la popolazione.
La comunità di lingua baiuvara è composta da circa 2230 persone, di cui 862 residenti nella Provincia di Trento (ultimo censimento del 2001).
Il cimbro è riconosciuto come una lingua minoritaria dello Stato italiano.
giovedì 19 marzo 2009
La memoria in un dito


Un ragazzo finlandese perde l’ultima falange di un dito in un incidente e si fa impiantare una chiavetta Usb
Tutto è nato da una battuta dei medici che hanno assistito Jerry Jalava, programmatore finlandese, in ospedale dopo l’incidente in moto in cui il ragazzo ha perso l’ultima falange dell’anulare sinistro.
L’IDEA – Apprendendo che il giovane geek si guadagna da vivere stando al computer, uno dei dottori che si occupava della costruzione della protesi per il dito gli ha infatti suggerito di compensare la porzione mancante con una pennetta Usb. Era ironico, ovviamente, ma a quanto pare l’idea è piaciuta molto al programmatore – evidentemente dotato di grande senso dell’umorismo e autoironia – , che non ci ha pensato due volte e ha chiesto che fosse realizzata.
LA PROTESI – È lo stesso Jerry a segnalare il link alla pagina di Flickr in cui ha pubblicato alcune foto del suo dito dotato di memoria. Con orgoglio. Ed è sempre lui a raccontare l’intera vicenda sulle pagine del proprio blog (http://protoblogr.net/blog/view/usb_finger-more_details.html) , dove spiega che la protesi in silicone in cima alla quale è stata incorporata la pendrive Usb non è fissa: è una specie di guaina morbida che può essere sfilata dal dito in qualsiasi momento. Per esempio quando il ragazzo deve trasferire dei dati da o sul suo personalissimo supporto di archiviazione digitale da 2GB di capienza. «Se devo usare la memoria Usb lascio la protesi infilata nella porta dedicata del computer, per poi rimettermela addosso quando il trasferimento dati è terminato», ha detto Jerry, che ha anche anticipato come sarà la versione 2.0 della protesi: «Avrà un tag Rfid sul polpastrello, e questa parte sarà rimovibile indipendentemente dal resto».
Tutto è nato da una battuta dei medici che hanno assistito Jerry Jalava, programmatore finlandese, in ospedale dopo l’incidente in moto in cui il ragazzo ha perso l’ultima falange dell’anulare sinistro.
L’IDEA – Apprendendo che il giovane geek si guadagna da vivere stando al computer, uno dei dottori che si occupava della costruzione della protesi per il dito gli ha infatti suggerito di compensare la porzione mancante con una pennetta Usb. Era ironico, ovviamente, ma a quanto pare l’idea è piaciuta molto al programmatore – evidentemente dotato di grande senso dell’umorismo e autoironia – , che non ci ha pensato due volte e ha chiesto che fosse realizzata.
LA PROTESI – È lo stesso Jerry a segnalare il link alla pagina di Flickr in cui ha pubblicato alcune foto del suo dito dotato di memoria. Con orgoglio. Ed è sempre lui a raccontare l’intera vicenda sulle pagine del proprio blog (http://protoblogr.net/blog/view/usb_finger-more_details.html) , dove spiega che la protesi in silicone in cima alla quale è stata incorporata la pendrive Usb non è fissa: è una specie di guaina morbida che può essere sfilata dal dito in qualsiasi momento. Per esempio quando il ragazzo deve trasferire dei dati da o sul suo personalissimo supporto di archiviazione digitale da 2GB di capienza. «Se devo usare la memoria Usb lascio la protesi infilata nella porta dedicata del computer, per poi rimettermela addosso quando il trasferimento dati è terminato», ha detto Jerry, che ha anche anticipato come sarà la versione 2.0 della protesi: «Avrà un tag Rfid sul polpastrello, e questa parte sarà rimovibile indipendentemente dal resto».
Fonte: Corriere della sera
mercoledì 18 marzo 2009
Il Sudario di Oviedo e la Sindone

Il Sudario di Oviedo è una reliquia della Chiesa cattolica costituita da un telo di lino delle dimensioni di 86x53 cm, conservato nella cattedrale di Oviedo in Spagna. Secondo la tradizione sarebbe stato usato per avvolgere il capo di Gesù dopo la sua morte.
Nel Vangelo secondo Giovanni si legge: «Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, era piegato in un luogo a parte» (Gv 20, 6-7).
Gli scienziati hanno accertato che il Sudario era stato posto sul viso di un defunto di sesso maschile. Il panno non era stato avvolto interamente attorno alla testa perché la guancia destra era quasi appoggiata sulla spalla destra, il che lascia supporre che il corpo fosse ancora sulla croce. Vi è poi una quadruplice serie di macchie (ovvero macchie speculari su entrambi i lati del panno ripiegato) composte da una parte di sangue e da sei parti di liquido edematico polmonare, una sostanza che si accumula nei polmoni quando una persona crocefissa muore di asfissia e che, se il corpo viene mosso o scosso, può fuoriuscire dalle narici. Alcune macchie risultano essere sovrapposte ad altre, i cui margini restano chiaramente individuabili, a significare che la prima macchia era già asciutta quando si è formata quella successiva. Alcune di queste macchie sono a forma di dita, chiaramente disposte nella parte attorno alla bocca e al naso. Sono state individuate sei posizioni diverse di varie dita di mano sinistra, probabilmente determinati da qualcuno che stava cercando di arrestare il flusso di sangue dal naso dopo che il panno era stato avvolto sulla testa della vittima. La disposizione e la successione delle macchie suggeriscono una probabile cronologia dei fatti.
Il cadavere deve essere rimasto sulla croce per circa un'ora dopo la morte, con il braccio destro piegato in alto e la testa inclinata in avanti riversa sulla destra. Il corpo, con il capo ancora piegato verso destra, è poi stato spostato e adagiato in posizione orizzontale sul fianco destro per circa 45 minuti. Quindi è stato spostato di nuovo, mentre qualcuno (l'apostolo Giovanni?) cercava di arginare con la mano il flusso di liquido che fuoriusciva dal naso. Infine è stato disteso supino. Oltre alle macchie di liquido edematico ve ne sono di altri tipi, tra cui puntini di sangue causati da piccoli corpi appuntiti, che si ritengono essere stati spine.
Il cadavere deve essere rimasto sulla croce per circa un'ora dopo la morte, con il braccio destro piegato in alto e la testa inclinata in avanti riversa sulla destra. Il corpo, con il capo ancora piegato verso destra, è poi stato spostato e adagiato in posizione orizzontale sul fianco destro per circa 45 minuti. Quindi è stato spostato di nuovo, mentre qualcuno (l'apostolo Giovanni?) cercava di arginare con la mano il flusso di liquido che fuoriusciva dal naso. Infine è stato disteso supino. Oltre alle macchie di liquido edematico ve ne sono di altri tipi, tra cui puntini di sangue causati da piccoli corpi appuntiti, che si ritengono essere stati spine.
Il Sudario e la Sindone:
La comparazione del Sudario di Oviedo con la Sindone di Torino è di grande interesse perchè da essa potrebbe scaturire la prova della autenticità di entrambe le reliquie.
Innanzitutto il sangue risulta essere di gruppo AB in entrambi i casi.
Anche la lunghezza del naso corrisponde in entrambi i teli.
La datazione con il metodo del carbonio 14, attribuisc ai due teli epoche diverse. Sappiamo che numerose polemiche sono derivate dalle indagini fatte con tale metodologia poichè, secondo alcuni, non darebbe la giusta datazione su reperti del genere.
La datazione con il metodo del carbonio 14, attribuisc ai due teli epoche diverse. Sappiamo che numerose polemiche sono derivate dalle indagini fatte con tale metodologia poichè, secondo alcuni, non darebbe la giusta datazione su reperti del genere.
A differenza della Sindone che mostra la famosa immagine acheropita (cioè non dipinta da mano umana ma di origine miracolosa), sul Sudario di Oviedo non troviamo niente di simile ma solo macchie di sangue e dettagli che sono il frutto di un normale contatto fisico tra il telo ed il capo di un uomo.
venerdì 13 marzo 2009
I Walser

Il termine Walser deriva dal tedesco walliser che indica gli abitanti del cantone vallese della Svizzera.
Con questo termine oggi si indica una popolazione di lingua germanica emigrata tra l'8° ed il 13° secolo dalla zona in cui oggi si trova il cantone svizzero di Berna verso i vicini Paesi tra cui anche l'Italia. Nel nostro Paese i Walser sono presenti in Piemonte ed in Valle d'Aosta. La diffusione odierna delle comunità walser lungo l'intero arco alpino conta circa 17000 individui, di cui 3.500 in Austria, altrettanti in Italia e 10.000 in Svizzera.
La lingua parlata dai walser è una forma arcaica del dialetto svizzero tedesco.
La lingua parlata dai walser è una forma arcaica del dialetto svizzero tedesco.
Uno dei centri walser italiani più importanti è Alagna Valsesia, in provincia di Vercelli, nota stazione sciistica del comprensorio del monte Rosa.
domenica 8 marzo 2009
venerdì 6 marzo 2009
sabato 28 febbraio 2009
Kalevalan päivä - Il giorno di Kalevala

Oggi in Finlandia si festeggia il Kalevala.
Il Kalevala è un poema epico composto da Elias Lönnrot nella prima metà dell'800 che rappresenta l'epopea nazionale finlandese. Lönnrot, di professione medico, girò in lungo e largo la Finlandia raccogliendo e trascrivendo le storie ed i canti popolari, sino ad allora trasmessi oralmente, riportandoli nel Kalevala. "Kalevala" significa letteralmente "Terra di Kaleva", dove Kaleva indica il mitico progenitore delle genti finniche.
Quindi il termine Kalevala indica proprio la Finlandia.
I personaggi principali del Kalevala sono Väinämöinen, eroe saggio e cantore divino nato dalla Vergine dell'aria Ilmatar, il fabbro Ilmarinen, che simboleggia l'ingegnosità dell'uomo, e il guerriero seduttore Lemminkäinen, che simboleggia il lato guerresco e sensuale dell'uomo.
Il Kalevala racconta della lotta dei tre protagonisti contro Louhi, signora del paese di Pohjola (la Terra del Nord, rivale di Kalevala, la Terra del Sud), per il possesso del Sampo, magico mulino forgiato da Ilmarinen, portatore di benessere e prosperità.
Immagine: Ritratto di Väinämöinen realizzato da Akseli Gallén-Kallela
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- Italiani in Finlandia
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