BENVENUTI - TERVETULOA - VäLKOMMEN

BENVENUTI - TERVETULOA - VäLKOMMEN

venerdì 10 ottobre 2008

Al finlandese Martti Ahtisaari il Premio Nobel 2008 per la Pace


Martti Ahtisaari è stato designato quale vincitore del Premio Nobel 2008 per la Pace.

Ahtisaari, nato a Viipuri (oggi città russa) il 23 giugno del 1937, è stato Presidente socialdemocratico della Finlandia dal 1994 al 2000. Esperto di cooperazione per lo sviluppo, nella sua lunga carriera è stato impegnato in varie missioni di carattere internazionale volte alla risoluzione di situazioni conflittuali ed all'affermazione della pace. Tra le sue missioni più importanti, la preparazione, per conto dell'ONU, dell'indipendenza della Namibia, allora governata dal Sudafrica, raggiunta nel 1990. Durante la sua presidenza, nel 1997 ospitò ad Helsinki il presidente americano Clinton e quello russo Ieltsin per discutere dell'allargamento della NATO ad est. Nel 1999, insieme all'ex -premier russo Viktor Černomyrdin, condusse a Belgrado le trattative che portarono alla fine della guerra nel Kossovo. In Patria guidò la politica estera finlandese verso l'adesione all' UE e fu fautore di una maggiore cooperazione nordica ed europea per la sicurezza, al di fuori della NATO.

Gli è stato assegnato il premio Nobel per la pace 2008 "per i suoi importanti sforzi, in diversi continenti e per più di tre decenni, per risolvere i conflitti internazionali".

Il Comitato per il Premio Nobel ha definito Ahtisaari "un mediatore internazionale di grande rilievo che ha mostrato quale ruolo la mediazione può giocare nella risoluzione dei conflitti internazionali".

"Naturalmente sono molto contento della decisione e molto grato", ha detto il diplomatico in un commento a caldo.

Alla domanda di quale sia stato il risultato piu' importante nella sua carriera, ha risposto "la Namibia, perchè ha richiesto cosi' tanto tempo".

mercoledì 8 ottobre 2008

Turku - Åbo - Aboa




Turku (Åbo- leggi Obu- in svedese, Aboa in latino) è situata nella regione sud-occidentale del Varsinais_Suomi alla foce del fiume Aurajoki. Con una popolazione di circa 176.000 abitanti è la quinta città più popolata della Finlandia. La sua area urbana, con circa 300.000 abitanti è la terza per popolazione dopo quella di Helsinki e di Tampere.

Tradizionalmente si fa risalire la fondazione della città all'anno 1229 anche se la prima citazione risale al 1154. Nel 1229 a Koroinen, vicino all'attuale centro della città, venne realizzato un insediamento cattolico e la città fu nominata sede vescovile. Nello stesso periodo vennero iniziati i lavori per la costruzione del castello e della chiesa. Nel 1640 venne fondata l'Università di Turku.

La città fu capitale della Finlandia fino al 1812. La Finlandia per circa sei secoli era stata unita alla Svezia sotto la corona svedese. I cittadini finlandesi godevano degli stessi diritti attribuiti agli svedesi. Nel 1807 Napoleone e lo zar Alessandro I si alleano contro l'Inghilterra mentre il re svedese rifiuta di partecipare all'alleanza franco-russa. Lo zar dichiara guerra alla Svezia che viene battuta ed a seguito del trattato di pace di Hamina, nel 1809, la Finlandia viene ceduta alla Russia. A seguito della conquista russa, la capitale venne spostata ad Helsinki. Nel 1827 Turku fu distrutta da un grande incendio e la sua ricostruzione iniziò l'anno successivo ad opera dell'architetto Carl Ludwig Engel. Turku fu sede della Regia accademia di Turku (in svedese Åbo Kungliga Akademi ) dal 1640 al 1827 quando a seguito dell'incendio che la distrusse, l'università fu trasferita ad Helsinki.

Nel 1918 vi fu fondata la Åbo Akademi (università in lingua svedese) e due anni più tardi l'università in lingua finlandese. Oggi Turku è sede anche del Politecnico e dell'Istituto Superiore di scienze economiche e commerciali che rappresentano delle eccellenze per tutta la Finlandia.
Turku è sede dell'Arcivescovado della Finlandia.

Tra gli edifici storici, rimangono la Cattedrale, risalente al XIV secolo, ed il Castello costruito su di un'isola (oggi unita alla terraferma), a guardia della foce del fiume, che risale al XIII secolo.
All'interno del castello c'è il museo storico che ripercorre le varie tappe che si sono succedute a partire dalla fondazione della città e del castello.
La città ospita altri musei e luoghi interessanti da visitare.




martedì 7 ottobre 2008

«È gay», licenziata dal giornale. Choc nella Finlandia delle parità.


Il caso a Rovaniemi, paese di Babbo Natale
«È gay», licenziata dal giornale. Choc nella Finlandia delle parità
Proteste in piazza. La presidente della Repubblica: «Sono attonita per questa vicenda»


Sarà che quella, la bianca Rovaniemi, è per tradizione la città di Babbo Natale, con tanto di renne, deposito-regali e ufficio postale a cui spediscono le loro lettere i bambini d'Europa, una città conosciuta in tutto il mondo. O sarà, molto più probabilmente, per il fatto che certi temi sono più «sensibili» di altri, ancora oggi e perfino in Paesi così aperti come la Finlandia. Sia come sia, è guerra di parole e di principi a Rovaniemi, 35mila abitanti, capoluogo della Lapponia finnica, 10 chilometri a Sud del Circolo polare artico: il giornale locale ha licenziato la sua direttrice gay, i giornalisti sono scesi in strada minacciando lo sciopero, e la guerra è ben presto arrivata in tribunale, in Parlamento, nelle sale del governo, perfino nello studio della presidentessa della Repubblica, Tarja Halonen. Che, da ex-capo del Comitato per l'uguaglianza sessuale, si dichiara «attonita» per il licenziamento.

Il giornale di Rovaniemi è un quotidiano, si chiama Lapin Kansa. La direttrice spedita a casa si chiama invece Johanna Korhosen, e non ha avuto neppure il tempo di sedersi sulla poltrona del comando. Doveva sostituire il direttore pensionando, a dicembre, e si è trovata fuori dalla porta lei. Motivazione formale: è stata insincera durante il colloquio di assunzione, non ha detto tutto di sé, e certe cose si sono scoperte solo dopo. Motivazione reale, secondo i giornalisti scesi in agitazione: quel «tutto» non detto era l'orientamento sessuale di Johanna, che ama una donna e convive con lei. Anzi: è «apertamente lesbica», come ha spiegato in un'intervista alla radio Yle il direttore attuale Heikki Tuomi- Nikula, e «sarebbe una cosa davvero particolare se una lesbica dichiarata dirigesse il nostro Lapin: il direttore rappresenta tutta l'azienda e tutta la regione, non solo il giornale... E poi, se una persona è omosessuale, tutto ciò che scrive può essere visto nella cornice della sua vita personale. Se fossi un editore, ci penserei due volte ad assumerla».

Tuomi- Nikula dice ora che il 90% dei lettori è d'accordo con lui, «in fondo ho detto ben forte quello che molti pensano, anche in disaccordo con la legge». Ma riconosce pure che ha fatto uno «sventurato errore» diplomatico, che forse «io non posso parlare per tutta la Lapponia». Morale: se ne va in aspettativa, poi si vedrà. Ma i giornalisti chiedono invece il licenziamento in tronco suo e del capo del personale, cioè una vittoria di principio. Circola anche un'altra versione dei fatti, quella aziendale: a Johanna, nel colloquio di assunzione, era stato chiesto di dichiarare se fra i suoi familiari stretti vi fosse qualcuno impegnato in politica, e lei aveva detto di no; mentre la sua convivente è consigliere in un municipio della regione. E questo, non l'essere gay, sarebbe contrario alle regole deontologiche dell'azienda.

Approdata al Parlamento nazionale e nelle stanze del governo, la polemica ha letteralmente spiegato le ali. I deputati hanno chiesto e ottenuto un «question time», una discussione in aula, sull'uguaglianza dei diritti di tutti i cittadini. In molti, a cominciare da un paio di ministri, hanno ribadito che un licenziamento motivato dall'orientamento sessuale del dipendente non può essere giustificato; e sono state richiamate anche le norme della Ue. Qualche buontempone ha già detto che, a dirigere il Lapin, si potrebbe chiamare Babbo Natale. Di cui se non altro sono ignoti i gusti, e gli orientamenti in ogni campo.


Fonte: Corriere della Sera

sabato 4 ottobre 2008

San Francesco d'Assisi Patrono d'Italia





Oggi 4 ottobre in Italia si festeggia San Francesco d'Assisi.


San Francesco d'Assisi nacque ad Assisi nel 1182 ca. e morì nel 1226. Giovanni Francesco Bernardone, figlio di un ricco mercante di stoffe, istruito in latino, in francese, e nella lingua e letteratura provenzale, condusse da giovane una vita spensierata e mondana; partecipò alla guerra tra Assisi e Perugia, e venne tenuto prigioniero per più di un anno, durante il quale patì per una grave malattia che lo avrebbe indotto a mutare radicalmente lo stile di vita: tornato ad Assisi nel 1205, Francesco si dedicò infatti a opere di carità tra i lebbrosi e cominciò a impegnarsi nel restauro di edifici di culto in rovina, dopo aver avuto una visione di san Damiano d'Assisi che gli ordinava di restaurare la chiesa a lui dedicata.Il padre di Francesco, adirato per i mutamenti nella personalità del figlio e per le sue cospicue offerte, lo diseredò; Francesco si spogliò allora dei suoi ricchi abiti dinanzi al vescovo di Assisi, eletto da Francesco arbitro della loro controversia. Dedicò i tre anni seguenti alla cura dei poveri e dei lebbrosi nei boschi del monte Subasio. Nella cappella di Santa Maria degli Angeli, nel 1208, un giorno, durante la Messa, ricevette l'invito a uscire nel mondo e, secondo il testo del Vangelo di Matteo (10:5-14), a privarsi di tutto per fare del bene ovunque.
Tornato ad Assisi l'anno stesso, Francesco iniziò la sua predicazione, raggruppando intorno a sé dodici seguaci che divennero i primi confratelli del suo ordine (poi denominato primo ordine) ed elessero Francesco loro superiore, scegliendo la loro prima sede nella chiesetta della Porziuncola. Nel 1210 l'ordine venne riconosciuto da papa Innocenzo III; nel 1212 anche Chiara d'Assisi prese l'abito monastico, istituendo il secondo ordine francescano, detto delle clarisse. Intorno al 1212, dopo aver predicato in varie regioni italiane, Francesco partì per la Terra Santa, ma un naufragio lo costrinse a tornare, e altri problemi gli impedirono di diffondere la sua opera missionaria in Spagna, dove intendeva fare proseliti tra i mori.Nel 1219 si recò in Egitto, dove predicò davanti al sultano, senza però riuscire a convertirlo, poi si recò in Terra Santa, rimanendovi fino al 1220; al suo ritorno, trovò dissenso tra i frati e si dimise dall'incarico di superiore, dedicandosi a quello che sarebbe stato il terzo ordine dei francescani, i terziari. Ritiratosi sul monte della Verna nel settembre 1224, dopo 40 giorni di digiuno e sofferenza affrontati con gioia, ricevette le stigmate, i segni della crocifissione, sul cui aspetto, tuttavia, le fonti non concordano. Francesco venne portato ad Assisi, dove rimase per anni segnato dalla sofferenza fisica e da una cecità quasi totale, che non indebolì tuttavia quell'amore per Dio e per la creazione espresso nel Cantico di frate Sole, probabilmente composto ad Assisi nel 1225; in esso il Sole e la natura sono lodati come fratelli e sorelle, ed è contenuto l'episodio in cui il santo predica agli uccelli. Francesco, che è patrono d'Italia, venne canonizzato nel 1228 da papa Gregorio IX. Viene sovente rappresentato nell'iconografia tradizionale nell'atto di predicare agli animali o con le stigmate.


Il Cantico di Frate Sole

Altissimo, onnipotente,bon Signore, tue so le laude,la gloria e l'onoree omne benedizione,A te solo, Altissimo, se confanonullo omo è digno te mentovareLaudato sie, mi Signore,cun tutte le tue creature,spezialmente messerlo frate Sole,lo quale è iorno,e allumini noi per luiEd ello è bello e radiantecun grande splendore:de te, Altissimo, porta significazione.Laudato si, mi Signore,per sora Luna, le Stelle:in cielo l'hai formate clarite e preziose e belleLaudato si, mi Signore,per frate Vento, e per Aere e Nubiloe Sereno e onne tempo,per lo quale a le tue creaturedal sustentamentoLaudato si, mi Signore,per sor Aqua la quale è molto utilee umile e preziosa e castaLaudato si, mi Signore,per frate Foco, per lo qualeenn'allumini la nocte:ed ello è bello e iocondoe robustoso e forte.Laudato si, mi Signore,per sora nostra madre Terra,la quale ne sostenta e governa,e produce diversi fructicon coloriti flori ed erba Laudato si, mi Signore,per quelli che perdonanoper lo tuo amoree sostengoinfirmitate e tribulazione. Beati quelli che 'l sosterrannoin pace, ca da te, Altissimo,sirano incoronati.Laudato si, mi Signore,per sora nostra Morte corporale,la quale nullo omo viventepo' scampare Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali! Beati quelli che troveràne le tue sanctissime voluntati,ca la morte seconda no li farrà maleLaudate e benedicite mi Signore,e rengraziate e servitelicun grande umiltate.
Foto dall'alto in basso:
Ritratto di S. Francesco ad opera di Cimabue - San Francesco rinuncia alle sue vesti opera di Giotto - La tonaca indossata da S. Francesco - Tomba di San Francesco ad Assisi.

venerdì 3 ottobre 2008

Gli inglesi ringraziano gli antichi romani«Senza di loro parleremmo gallese»


Il Times dopo la scoperta del punto in cui sbarcarono i soldati di Claudio: «Gli italiani ci devono delle scuse? No»


LONDRA - Gli archeologi britannici hanno trovato il punto esatto in cui, nel 43 d.C., sbarcarono le antiche legioni romane di Claudio. «Il forte di Richborough, Kent meridionale, è sempre stato riconosciuto come la porta d'ingresso della Britannia romana - spiega Tony Wilmott, archeologo dell'English Heritage - ma la scoperta straordinaria è che, scavando nei pressi delle mura, abbiamo trovato l'antica linea di costa, ora sepolta dai detriti». Il forte, in pratica, abbracciava il porto stesso. «La fossa che abbiamo scavato - prosegue Wilmott a colloquio col Times - continuava a riempirsi d'acqua e camminando si poteva sentire l'antico fondale del porto costruito in pietra dura». Gli archeologi britannici hanno anche individuato le fondamenta dell'antico arco di trionfo eretto nell'80 d.C. per celebrare la fine della conquista della Britannia. Ma non solo. Gli scavi hanno portato alla luce vasellame, monete, frammenti di marmo italiano - probabilmente resti dell'arco di trionfo -, legni intarsiati e persino frammenti di pelle. E il forte di Richborough fu con ogni probabilità l'ultimo pezzo d'impero d'oltre Manica che videro i romani quando abbandonarono la provincia.

«Il popolo britannico va fiero di aver respinto l'Armada spagnola, le truppe di Napoleone e e quelle di Hitler», scrive il 'Times' in un editoriale dedicato alla scoperta, «ma quella di Claudio penetrò profondamente. E certo avvenne in violazione di tutte le leggi internazionali... Forse gli italiani ci devono delle anacronistiche scuse». «Ma se non fosse stato per romani - continua il 'Times' - avremmo tutti i capelli rossi e parleremmo gallese; berremmo birra invece che vino; probabilmente avremmo dovuto aspettare 16 secoli in più per avere l'acqua calda, i gabinetti a sifone e il riscaldamento e le nostre strade sarebbero rimaste per la maggior parte inglesi. Ovvero a zig zag. Senza contare che, se Roma avesse fallito, l'inglese oggi sarebbe una sorta di olandese al quadrato dove luglio si dice 'Hooy-Maand»'.

«A pensarci meglio - conclude ironicamente il quotidiano - 'Ave atque Vale', antichi romani. E lasciate perdere le scuse»

Fonte: Corriere della sera

Foto: moneta di Claudio celebrativa della conquista della Britannia

I colori dell'autunno ad Helsinki

















mercoledì 1 ottobre 2008

Minoranze linguistiche: Il croato


ll croato è una lingua indoeuropea appartenente al gruppo meridionale delle lingue slave. E' lingua ufficiale della Croazia, ed è presente anche in Bosnia, Serbia e Montenegro, Slovenia, Ungheria e Austria.

In Italia esiste una comunità che parla croato nel Molise e precisamente nei tre comuni di San Felice del Molise, Montemitro e Acquaviva Collecroce. Lo slavo del Molise è un dialetto arcaico del tipo stovako, una variante dello slavo balcanico che è alla base sia dello standard croato che di quello serbo.

Le tre colonie croato-molisane si formarono intorno al XV-XVI secolo quando molti abitanti della costa dalmata cercarono di sfuggire all'invasione turca passando al di là dell'Adriatico, insediandosi lungo la costa e nell'entroterra.

Oggi la minoranza linguistica croata in Italia è rappresentata da poco più di 2.500 persone.

La lingua croata è riconosciuta dallo Stato italiano come lingua minoritaria. Nei tre comuni molisani il croato locale viene insegnato nelle scuole elementari e medie.

La Regione Molise ha emanato leggi che tutelano la cultura e la lingua croata.

La rivista in italiano "Kamastre" dedica una sezione alla comunità croata del Molise

Per maggiori informazioni visitare il sito di Montemitro:



Foto: Panorama di San Felice del Molise

martedì 30 settembre 2008

Inchiesta sull'Università italiana

Dal Corriere della Sera di Milano:

Inchiesta L’economista della Bocconi analizza un sistema disastroso. E spiega quali sono i rimedi

La prof che non pubblicò una riga

Università malata. La denuncia di Roberto Perotti: clientelismo e sprechi

Il bello del calcio è che, qualche volta, può accadere l’impossibile: la Corea del Nord che batte l’Italia, l’Algeria che batte la Germania, Israele che batte la Russia. Il brutto dell’università italiana è che troppo spesso accade l’impossibile. Come all’Università di Bari, dove un concorso del 2002 dichiarò idonea alla cattedra l’aspirante docente Fabrizia Lapecorella, che aveva zero pubblicazioni nelle quattro categorie delle 160 riviste più importanti del mondo, zero nelle prime venti riviste italiane, zero in tutte le altre, zero libri firmati come autore, zero libri come curatrice, zero libri come collaboratrice. E ovviamente zero citazioni fatte dei suoi lavori: come potevano citarla altri studiosi, se non risulta aver mai scritto una riga? Eppure, battendo una concorrente che aveva un dottorato alla London School of Economics, 10 pubblicazioni e 31 citazioni sulle riviste nazionali e internazionali più importanti, vinse lei. Destinata a essere promossa poco più di tre anni dopo, dal terzo governo Berlusconi, direttore del Secit per diventare col secondo governo Prodi esperto del Servizio consultivo e ispettivo tributario e infine, di nuovo con Tremonti, direttore generale delle Finanze. Una carriera formidabile. Durante la quale, stando alla banca dati centrale di tutte le biblioteche italiane, non ha trovato il tempo per scrivere una riga. Sia chiaro: magari è un genio. E forse dovremo essere grati a chi l’ha scoperta nonostante difettasse di quei lavori che all’estero sono indispensabili per diventare ordinari.
Ma resta il tema: con quali criteri vengono distribuite le cattedre nella università italiana? Roberto Perotti, PhD in Economia al Mit di Boston, dieci anni di docenza alla Columbia University di New York dove ha la cattedra a vita, professore alla Bocconi, se lo chiede in un libro ustionante che non fa sconti fin dal titolo: L’università truccata. Gli scandali del malcostume accademico. Le ricette per rilanciare l’università (Einaudi). Un’analisi spietata. A partire, appunto, dal sistema di assegnazione delle cattedre. Dove i casi di persone benedette dalla nomina a «ordinario » con 12 «zero» su 12 in tutte le tabelle delle pubblicazioni e delle citazioni, a partire da quelle del «Social Science Citation Index», sono assai più frequenti di quanto si immagini, visto che Perotti ne ha scovati almeno cinque. Dove capita che il rettore di Modena Giancarlo Pellicani indica una gara vinta dal figlio Giovanni anche grazie alla scelta di non presentarsi di 26 associati su 26. Dove succede che il preside di Medicina a Roma, Luigi Frati, possa vincere la solitudine avendo al fianco come docenti la moglie Luciana, il figlio Giacomo, la figlia Paola. Un uomo tutto casa e facoltà. Che probabilmente diventerà rettore della Sapienza. Superato solo da certi colleghi baresi come i leggendari Giovanni Girone, Lanfranco Massari o Giovanni Tatarano, negli anni circondati da nugoli di figli, mogli, nipoti, generi... Il familismo è però solo una delle piaghe nelle quali il professore bocconiano (che ha l’onestà di toccare perfino il suo ateneo, rivelando che «l’ufficio relazioni esterne della Bocconi impiega circa 100 persone e ha un bilancio di 13 milioni di euro» che basterebbero ad assumere «i migliori docenti di economia degli Usa») affonda il bisturi. A parte quello che «il clientelismo e la corruzione esistono, ma sono tutto sommato circoscritti», Perotti fa a pezzi almeno altri tre miti. Uno è che «il vero problema dell’università italiana è la mancanza di fondi». Non è vero. Meglio: è vero che «le cifre assai citate della pubblicazione dell’Ocse "Education at a Glance" danno per il 2004 una spesa annuale in istruzione terziaria di 7.723 dollari per studente» appena superiore ad esempio a quella della Slovacchia o del Messico. Ma se si tiene conto che metà degli iscritti è fuori corso e si converte più correttamente «il numero di studenti iscritti nel numero di studenti equivalenti a tempo pieno», la spesa italiana per studente «diventa 16.027 dollari, la più alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia ». Quanto agli stipendi dei docenti, è verissimo che all’inizio sono pagati pochissimo, ma da quel momento un meccanismo perverso premia l’anzianità (mai il merito: l’anzianità) fino al punto che un professore con 25 anni di servizio da ordinario non solo prende quattro volte e mezzo un ricercatore neoassunto ma «può raggiungere uno stipendio superiore a quello del 95 percento dei professori ordinari americani (...) indipendentemente dalla produzione scientifica».
Altro mito: nonostante tutto, «l’università italiana è eroicamente all’avanguardia mondiale della ricerca in molti settori».Magari! Spiega Perotti che in realtà, al di là della propaganda autoconsolatoria, fra i primi 500 atenei del mondo, secondo la classifica stilata dall’università cinese Jiao Tong di Shanghai, quelli italiani sono 20 e «la prima (la Statale di Milano) è 136ª, dietro istituzioni quali l’Università delle Hawaii a Manoa ». Certo, sia questa sia la classifica del Times (dove la prima è Bologna al 173˚posto) sono fortemente influenzate dalle dimensioni dell’ateneo. Infatti nella «hit parade» pro capite della Jiao Tong 2008 possiamo trovare al 19˚posto la Normale di Pisa. Ma a quel punto le grandi università italiane slittano ancora più indietro: la Statale milanese al 211˚,Bologna al 351˚,la Sapienza addirittura a un traumatico 401˚posto. Da incubo. Quanto al quarto mito, quello secondo cui «l’università gratuita è una irrinunciabile conquista di civiltà, perché promuove l’equità e la mobilità sociale consentendo a tutti l’accesso all’istruzione terziaria», l’economista lo smonta pezzo per pezzo. I dati Bankitalia mostrano che nel Sud (dove il fenomeno è più vistoso) dal 20% più ricco della società viene il 28% degli studenti e dal 20% più povero soltanto il 4%. Un settimo. In America, dove l’università si paga, i poveri che frequentano sono il triplo: 13%. Come mai? Perché al di là della demagogia, spiega l’autore, l’università italiana è «un Robin Hood a rovescio, in cui le tasse di tutti, inclusi i meno abbienti, finanziano gli studi gratuiti dei più ricchi ». Rimedi? «Basta introdurre il principio che l’investimento in capitale umano, come tutti gli investimenti, va pagato; chi non può permetterselo, beneficia di un sistema di borse di studio e prestiti finanziato esattamente da coloro che possono permetterselo». Non sarebbe difficile. Come non sarebbe difficile introdurre dei sistemi in base ai quali il rettore che «fa assumere la nuora incapace subisca su se stesso le conseguenze negative di questa azione e chi fa assumere il futuro premio Nobel benefici delle conseguenze positive». Tutte cose di buon senso. Ma che presuppongono una scelta: puntare sul merito. Accettando «che un giovane fisico di 25 anni che promette di vincere il premio Nobel venga pagato tre volte di più dell’ordinario a fine carriera che non ha mai scritto una riga». Ma quanti sono disposti davvero a giocarsela?

lunedì 29 settembre 2008

Incredibile ma vero! Cose di altri tempi ai giorni nostri.


Dalla "STAMPA" di Torino.


"Nel Duecento la nostra famiglia fu messa all'indice. Per avere il battesimo dobbiamo nascere lontano da casa"


Don Gianmario è lì che li aspetta tutti, sui gradoni del sagrato di Pecetto, sulle colline torinesi. E’ lì con il Vangelo e l’acqua benedetta, gli occhiali che gli scivolano sul naso, sotto al campanile che incombe e davanti al portone chiuso della Chiesa. E’ la domenica del battesimo. Ma non è un battesimo proprio uguale agli altri. Davide adesso è ancora ai piedi della scalinata, in braccio a papà Paolo, con i suoi pochi giorni di vita e i suoi secoli di storia, mischiati insieme fra la luce e il buio, il peccato e la fede, la colpa e il merito. Quando l’avrà benedetto, dice don Negro ai due bambini che l’ascoltano con la testa obliqua e le mani in tasca, «voi aprirete la porta e ci farete entrare. Basterà una piccola spinta». «Davide potrà entrare solo perché è nato lontano da qui - raccontano i suoi parenti -, sono le assurdità della Storia». Don Gianmario si gira e a un suo gesto la famiglia comincia a salire, il papà, la mamma, i padrini, i nonni, la sorellina, i cugini, gli zii, i nipoti. Sono 52. Si chiamano tutti Bosso, come nello stemma di famiglia, come il legno più duro che ci sia, scomunicati «ab aeternum» da Papa Gregorio IX (anche se la Chiesa dice che la scomunica non esiste più), il primo gennaio del 1233, «compresi tutti i successori maschi, empi e sacrileghi nativi fra le case di Pecetto».

Davide è l’ultimo discendente, nato da poche settimane e già «empio e sacrilego» come può esserlo un bambino senza peccato che non sia quello originale. Appena sarà benedetto, «in luogo adattato appositamente e non prima del sorgere, né dopo il tramontare del Sole», come recitava l’antico dispositivo della Chiesa torinese del 1571, potranno aprirsi le porte e cominciare il battesimo. Solo allora, anche a un bimbo sarà permesso d’ascoltare la parola di Cristo.Fra l’anacronismo del rito e l’incredibile suggello della Storia, si consuma anche il più arcaico dei sacramenti. Non c’è niente di più strano da vedere. Da sempre i Bosso, «per aggirare il divieto, fanno nascere i loro figli al di fuori del territorio di Pecetto», spiega nonno Michele, 79 anni, una vita fra le carte di famiglia, la casa a Porto Venere e i ciliegi di queste colline. «Così evitavano l’attuazione e l’esecuzione della scomunica». Anche oggi i Bosso continuano a vivere arroccati in questa convinzione, come appesi a una maledizione che forse non esiste più e pure con Davide hanno aggirato il divieto facendolo nascere a Segrate.Don Gianmario dice di non aver mai visto le carte antiche, ma di aver saputo della scomunica eterna dai concittadini. «Non è mai stata revocata, per farlo ci vogliono procedure lunghe ed antiche - spiega -. Ma ormai siamo tutti figli del Concilio Vaticano II, la Chiesa certe cose le ha superate».

La razzia

Dal Vaticano assicurano che le scomuniche «ab aeternum» non valgono più, che punire i discendenti per le colpe dei padri non è mai stato legale, neppure per i tempi bui del Medio Evo, però la vicenda dei Bosso è lo stesso straordinaria. In fondo, questa domenica diversa è cominciata in un tempo così lontano, che molto s’è già perso nelle carte, e nel sangue. Otto secoli fa. Era il 15 gennaio 1224 quando alcuni cittadini fondarono la «villa di Pezetus»: fra questi c’erano quattro Bosso. Uno di loro si chiamava Guglielmo. Qualche anno dopo, il 27 dicembre del 1232, suo figlio Obertinus fu chiamato assieme a Oddino da Ugone del Carretto, il podestà di Chieri, per punire gli abitanti del Comune di Testona che avevano bruciato alcuni vigneti di Pecetto. Oddino e Obertinus, nominati primi cavalieri, esagerarono un po’: oltre alle punizioni, dopo aver reso la pariglia e distrutto la quota spettante e qualcosa di più fra campi e vigne, bruciarono pure il campanile, e si portarono via due campane, tutti i libri, i paramenti e i vasi sacri. Intervenne la Chiesa. Va bene bruciare le vigne e distruggere i campi, ma niente campanili: contro gli autori dell’atto sacrilego, il Vicario papale della diocesi torinese, Giacomo Romanisio, inflisse la sentenza di scomunica. Pochi giorni dopo, il primo gennaio del 1233, la scomunica fu confermata da papa Gregorio IX ed estesa a tutti i discendenti maschi «empi e sacrileghi», originari o nativi in Pecetto.

La supplica

Nei secoli, qualcosa è cambiato, ma non tutto. Dal 1571, i sacerdoti di Pecetto, prima di impartire il battesimo ai maschi dei Bosso, davano lettura di una apposita supplica, voluta dal cardinale Della Rovere. Poi, i discendenti di Oddino e Obertinus divennero maestri d’armi e nobili, e avevano soldi e terreni. Solo che restò sempre quella scomunica. Adesso Paolo Bosso, 41 anni, direttore commerciale, ha sposato Luisa. La prima figlia, Irene, è già stata battezzata. «Lei non ha aspettato fuori dalla Chiesa», dice nonno Michele, l’ultimo della famiglia nato a Pecetto, l’ultimo battezzato solo dopo la supplica dei genitori. Adesso tocca a Davide, con tutto quello che gli appartiene senza che ne abbia merito o colpa. Don Gianmario sta spiegando che li fa attendere qui fuori, «perché quando io busso a casa di qualcuno, c’è chi viene ad accogliermi. Il primo pilastro della vita cristiana è l’accoglienza». Poi recita la formula: Che cosa siete venuti a chiederci? «Il Santo Battesimo», rispondono. «Molto bene», dice il sacerdote, «siete consapevoli di questa responsabilità? Allora la Chiesa accoglie Davide e poi entreremo nel luogo dove si riconosce la comunità cristiana perché lì c’è la presenza del Signore. Compiamo il gesto per dire nel nome di chi battezziamo Davide». Benedice con il segno della croce la fronte del piccolo. Dietro di lui i due bambini sono accanto al portone, quasi sull’attenti. «Adesso Marco e Stefano ci invitano a entrare nella Chiesa».Le porte si spalancano. Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. I cinquantadue Bosso si disperdono sulle panche. Fuori dalla luce del giorno, nella penombra della Chiesa, è come se il sacramento tornasse a essere quello di sempre. Don Negro legge San Paolo, lettera ai filippesi: «Fratelli, non fate nulla per vanità o vanagloria, ma ciascuno di voi con tutta umiltà consideri gli altri superiori a se stesso». Parola del Signore. Davide ha gli occhi aperti. Il papà lo guarda. La mamma leva gli occhi verso l’altare. Il nonno gli sorride.

venerdì 19 settembre 2008

Trieste e la Mitteleuropa


Con il termine Mitteleuropa (Europa centrale in tedesco) si indica quel vasto territorio europeo che fino alla prima guerra mondiale fu sotto l'influenza della cultura tedesca grazie all'Impero Asburgico. Un territorio che comprendeva 13 popoli diversi che pur seppero convivere fino a quando le rivalse nazionali ebbero, giustamente, il sopravvento e con la prima guerra mondiale dettero il benservito alla corte di Vienna. L'esperienza di quel periodo è ancora tenuta viva da tante associazioni che vedono in quel "mondo felix" fatto di tolleranza reciproca, di rispetto tra i popoli nonchè di fervore culturale e scientifico (Vienna era la capitale della medicina), un ideale, oggi più valido che mai.
Una delle capitali della Mitteleuropa era Trieste.

La città giuliana sin dal XIV secolo si pose sotto la protezione del Duca d'Austria per poter meglio combattere Venezia che aspirava alla supremazia sull'Adriatico. Nel 1719 Carlo VI d'Austria attribuì a Trieste lo status di porto franco investendovi grandi capitali. Dopo la morte di Carlo VI, salì al trono Maria Teresa d'Asburgo che permise alla città di diventare uno dei principali porti europei. Occupata per ben tre volte dalle truppe napoleoniche, Trieste ritornò definitivamente all'Austria nel 1813. Gli anni successivi vedranno la città crescere economicamente e culturalmente diventando, dopo Vienna e Budapest, la terza città dell'Impero.

Fino al XIX sec. a Trieste di parlava il tergestino, una lingua retoromanza simile al friulano e al ladino. Con l'espansione della città arrivano nuovi idiomi, nasce un detto: a Trieste la nobiltà parla tedesco, il popolo parla italiano ed il contado parla sloveno. Nel 1910 gli Asburgo censiscono i triestini. Risulta una popolazione di 229.510 abitanti di cui il 51,8% parlavano italiano, il 24,8% parlavano sloveno, il 5,2% parlavano tedesco, l'1% parlava il serbo-croato. Nel 1920 la città è annessa al Regno d'Italia. Il movimento irredentista, di cui Trieste e Trento furono le città simbolo, che aveva lo scopo di riunificare all'Italia le terre abitate da secoli da popolazioni di cultura italiana, fu il motore che favorì l'annessione grazie al sacrificio di tanti patrioti.

La fine della seconda guerra mondiale fu un ulteriore smacco per la città giuliana, occupata prima dalle truppe di Tito e poi dagli anglo americani. Durante l'occupazione dei comunisti titini avvenne l'eccidio di migliaia di cittadini italiani reputati nemici dei comunisti, i disgraziati venivano assassinati e gettati nelle foibe, naturali fosse dell'altopiano carsico. Nel 1947 fu creato, sotto l'egida delle Nazioni Unite, il territorio libero di Trieste diviso in una zona A occupata dagli anglo-americani ed in una zona B occupata dalle truppe di Tito (Josip Broz). Solo nel 1954 la situazione fu risolta assegnando alla Jugoslavia la zona B della provincia triestina e la zona A all'Italia. Il Trattato di Osimo del 10 novembre 1975 chiuderà definitivamente la questione.

Nel XX sec. la storia della città di Trieste è cambiata notevolmente.
Pur rimanendo una città splendida e conservando tutto il fascino della sua storia, è passata dall'essere uno dei gioielli dell'Impero Asburgico, città economicamente, culturalmente e socialmente all'avanguardia ad essere una città di confine, patria di accesi movimenti nazionalisti, una città di provincia senza particolare rilievo nella storia socio-economica dell'Italia moderna.
Foto: Trieste, piazza Unità d'Italia

martedì 16 settembre 2008

Carlo Lorenzini, in arte Collodi, il Papà di Pinocchio


Carlo Lorenzini nacque a Firenze nel 1826 da una modesta famiglia di lavoratori, il padre era cuoco mentre la mamma era domestica presso la famiglia Garzoni grazie alla quale il giovane Carlo potè compiere i suoi studi. Entrato in seminario per diventare prete e per farsi un'istruzione, successivamente cominciò a lavorare presso la libreria Piatti di Firenze entrando così in quel mondo dei libri che tanto l'affascinava. Divenne redattore e cominciò a scrivere per la Rivista di Firenze. Nel frattempo aveva ricevuto una speciale dispensa ecclesiastica per poter leggere l'indice dei libri proibiti. Allo scoppio dell prima guerra d'indipendenza, nel 1848, si arruolò volontario ed andò a combattere a fianco dei Piemontesi. Tornato a Firenze fondò una rivista di satira titolata "Il lampione". Nel 1849 divenne Segretario ministeriale e l'anno successivo amministratore della libreria Piatti che come succedeva spesso all'epoca, svolgeva anche la funzione di editrice. Nel 1853 fondò una nuova rivista "Scaramuccia" sulla quale pubblicò alcune commedie. Nel 1856 appare il primo articolo a firma Collodi, dal nome di una frazione del comune di Pescia di cui la madre era originaria. Sempre in questo anno vengono pubblicate le sue prime opere importanti, Gli amici di casa e Un romanzo in vapore, Da Firenze a Livorno, Guida storico-umoristica. Nel 1859 partecipa alla seconda guerra d'indipendenza. Nel 1860 diventò censore teatrale. Il 7 luglio 1881, sul primo numero del periodico per l'infanzia Giornale per i bambini (pioniere dei periodici italiani per ragazzi diretto da Fernandino Martini), uscì la prima puntata de Le avventure di Pinocchio, con il titolo Storia di un burattino. Nel 1883 pubblicò Le avventure di Pinocchio raccolte in volume. Nello stesso anno diventò direttore del Giornale per i bambini.
Morì improvvisamente a Firenze nel 1890.

Altre opere di Collodi sono: Giannettino, Minuzzolo, Racconti delle fate (traduzione ed adattamento di fiabe celebri francesi). Partecipò anche alla redazione de il Novo vocabolario della lingua italiana secondo l'uso di Firenze.

Pinocchio ancora oggi è uno dei libri più popolari della letteratura mondiale per l'infanzia. Noi italiani siamo così bravi a proteggere le nostre opere che in Finlandia molti sono convinti che Pinocchio sia americano e davvero pochi sanno che è frutto della fantasia di uno scrittore italiano.
Nella foto: Il Giornale per i bambini su cui apparvero per la prima volta le avventure di Pinocchio

lunedì 15 settembre 2008

Napoleone Bonaparte


Napoleone Bonaparte nacque ad Ajaccio in Corsica il 15 agosto 1769 poco più di un anno dopo la stipula del Trattato di Versailles (maggio 1768), con il quale la Repubblica di Genova lasciava mano libera alla Francia in Corsica, che fu così invasa dalle armate di Luigi XV ed annessa al patrimonio personale del Re. Morì in esilio nell'Isola di Sant'Elena il 5 maggio 1821.
La famiglia Bonaparte apparteneva alla piccola borghesia e aveva lontane origini nobili toscane

Il padre di Napoleone, Carlo Maria Buonaparte (Napoleone "francesizzò" il cognome in "Bonaparte" dopo la morte del padre), avvocato laureatosi all'Università di Pisa, aveva effettuato ricerche araldiche per ottenere, presso i lontani parenti toscani di San Miniato (Pisa), una patente di nobiltà che gli conferisse prestigio in Patria e gli permettesse di meglio provvedere all'istruzione dei figli. Morì ancor giovane di un tumore, nel 1785. La madre, Letizia Ramolino, sopravvisse allo stesso Napoleone, passando gli ultimi anni della sua vita a Roma, dove morì nel 1836. Maria Letizia Ramolino ebbe 13 figli di cui otto sopravvissero.

Fu solo grazie al titolo nobiliare ottenuto in Toscana che Carlo poté iscriversi al Libro della nobiltà di Corsica, istituito dai francesi per consolidare la conquista dell'isola, e solo grazie a tale iscrizione, all'età di appena nove anni, il giovane Napoleone fu ammesso, sempre per iniziativa del padre, alla Scuola reale di Brienne-le-Château, nel nord della Francia, dove rimase per cinque anni. Per migliorare il suo francese e prepararsi alla scuola, prima frequentò per quattro mesi il collegio di Autun.
Napoleone inizialmente non si considerava francese e si sentiva a disagio in un ambiente dove i suoi compagni di corso erano in massima parte provenienti dalle file dell'alta aristocrazia transalpina, e lo prendevano crudelmente in giro motteggiando il suo nome come "la paille au nez" (l'accusa di essere straniero l'avrebbe perseguitato per tutta la vita). Senza amici e mal considerato, anche per la fragile apparenza fisica, il giovane Napoleone si dedicò con costanza agli studi, riuscendo particolarmente bene in matematica.

Allo scoppio della rivoluzione, nel 1789, Napoleone (ormai ufficiale del re Luigi XVI) riuscì a ottenere una lunga licenza e ne approfittò per riparare al sicuro in Corsica, ove si unì al movimento rivoluzionario assumendo il grado di tenente colonnello della Guardia Nazionale. Nel 1792 si rifiutò di tornare a servire nell'Armata in Francia e fu pertanto considerato disertore. Su pressione dei familiari, si convinse tuttavia a rientrare a Parigi, dove si presentò al ministro della Guerra e difese la propria causa con tali argomenti e tale abilità da ottenere non solo il perdono e il reintegro, ma persino la promozione ipso facto a capitano.

Nel frattempo (1793) in Corsica infuriava la guerra civile. Già dal 1792 gli eccessi rivoluzionari e l'instaurazione del "Terrore" avevano spinto l'eroe nazionale dell'indipendenza corsa, Pasquale Paoli a prendere le distanze da Parigi e a riprendere il cammino verso l'indipendenza della Corsica. Accusato di tradimento e inseguito da un mandato di arresto, Paoli ruppe gli indugi rivolgendosi con un appello direttamente al popolo corso affinché difendesse la propria patria e i propri diritti. I Buonaparte, che pure avevano sostenuto Paoli al tempo della rivolta contro Genova e poi contro le Armate di Luigi XV (il padre Carlo e forse anche la madre parteciparono accanto a Paoli alla battaglia di Ponte Nuovo contro i francesi), scelsero invece la causa francese. Napoleone fuggì rapidamente ad Ajaccio e di lì riparò con l'intera famiglia - accusata di tradimento - a Tolone. La famiglia non rientrerà più ad Ajaccio.
Da quel momento Napoleone sostenne con decisione la rivoluzione e salì rapidamente nella gerarchia militare....

venerdì 12 settembre 2008

Luca Maestri sarà il nuovo CFO di Nokia Siemens Networks


Luca Maestri, nato a Roma il 14-10-1963, assumerà la carica di CFO (Chief Financial Officer ) per il colosso delle telecomunicazioni Nokia Siemens Networks. Maestri , laureato alla Luiss di Roma, proviene dalla General Motors dove ha ricoperto la carica di Vice Presidente e CFO per General Motors Europe. In precedenza ha ricoperto la carica di CFO per l'area del Mercosur (il mercato comune del Sud America) ed ancora prima ha occupato varie posizioni di vertice, sempre in GM, in USA, Brasile, Thailandia, Singapore ed Italia.

Luca Maestri entrerà in Nokia Siemens Networks il 1 ottobre p.v. ed assumerà formalmente la carica di CFO il successivo 1 novembre.

Auguri di buon lavoro.


La vita di Dante Alighieri


Dante Alighieri nacque a Firenze il 5 giugno 1265 in una famiglia della piccola nobiltà cittadina. I suoi genitori erano Alighieri II degli Alighieri e Bella degli Abati. Intraprese studi di vario genere ed in particolare quelli di retorica sotto la direzione di Brunetto Latini, suo unico e grande maestro. Fu amico dei poeti dello Stilnovo tra cui spicca Guido Cavalcanti.

Fin da giovanetto conobbe Beatrice, la sua musa ispiratrice il cui ricordo lo accompagnerà in tutta la sua vita e che lui rese immortale. Il padre però lo aveva destinato in sposo a Gemma di Manetto Donati da cui ebbe 4 figli. Beatrice invece andò in sposa a Simonde de' Bardi. Quando Beatrice, nel 1290, morì, il Poeta cadde in uno stato di profonda prostrazione e crisi religiosa dalla quale uscì dedicandosi agli studi ed all'attività politica iscrivendosi alla corporazione dei medici e degli speziali.

A Firenze governavano i Guelfi, vale a dire i sostenitori del Papa. Questi a loro volta erano divisi tra guelfi neri e guelfi bianchi, i primi dipendevano in tutto dal Papa i secondi sostenevano una maggior indipendenza della loro azione politica. Dante era un guelfo bianco.

Nel 1300, Dante fu eletto Priore di Firenze, la maggior carica politica di allora. L'anno successivo fu inviato a Roma per tentare di calmare l'ira del Papa contro i guelfi bianchi. Mentre era in viaggio, il Papa inviò a Firenze Carlo di Valois, fratello del re di Francia, con l'intenzione di eliminare i guelfi bianchi e consegnare il potere ai guelfi neri. Così avvenne. Dante fu condannato in primis a due anni di esilio e successivamente, per non essersi presentato al processo, fu condannato al rogo.
Dante non ritornerà mai più nell'amata Firenze. L'esilio fu un duro colpo per il Poeta ma, allo stesso tempo, essere fuori dalle passioni politiche, gli permise di vedere con occhio diverso gli avvenimenti dandogli un forte stimolo per la sua produzione letteraria e poetica. Dante vide nitidamente gli odi, gli egoismi, la corruzione che imperava e descrisse tutto questo nelle sue opere, prima fra tutte la Comedia iniziata probabilmente nel 1307. La venuta in Italia dell'Imperatore Arrigo VII, nel 1310, dà a Dante l'ultima illusione di poter rientrare a Firenze ma la repentina morte dell'Imperatore, nel 1313, cancella definitivamente ogni speranza. Dopo tanto peregrinare per le corti del nord Italia, la morte lo coglie a Ravenna nella notte fra il 13 ed il 14 settembre del 1321, ospite di Guido da Polenta. Dante è sepolto a Ravenna.


Foto: il famoso ritratto di Dante eseguito dal Botticelli.

mercoledì 10 settembre 2008

Paolo e Francesca.




Nel 1275, Guido Minore da Polenta, Signore di Ravenna, e Malatesta da Verucchio (colui che Dante indica come il Mastin Vecchio nella Divina Commedia), Signore di Rimini, si accordarono per favorire le nozze dei propri figli, Francesca da Polenta e Giovanni Malatesta. Le nozze furono il modo per consolidare una proficua alleanza grazie alla quale Guido da Polenta era riuscito a cacciare i Traversari, nemici e concorrenti, da Ravenna. I due sposi non si conoscono, la leggenda vuole che il matrimonio fu celebrato per procura ed il rappresentante dello sposo fu suo fratello, il bello ed aitante Paolo. Alcuni asseriscono che Francesca fu doppiamente ingannata poichè le era stato indicato Paolo come suo sposo. Giovanni Malatesta era detto anche Gianciotto dove il termine ciotto significa zoppo, deforme. La sposa Francesca da Polenta era invece una donna raffinata di leggiadra bellezza. Si può immaginare la sua meraviglia quando potè finalmente conoscere il marito, ma ormai il matrimonio era fatto e non le restava altro che adeguarsi.
La sorte vuole che Paolo abbia dei possedimenti a Gradara e che la bella Francesca sia spesso sola poichè il marito è affaccendato nella conduzione dei suoi affari militari e politici.
Cominciano le visite di Paolo alla Rocca di Gradara ed i due cognati, che si sono conosciuti all'epoca del matrimonio, sentono crescere ogni giorno di più il loro amore. La situazione che si è creata desta però dei sospetti, non tutti credono che le sempre più insistenti visite di Paolo alla bella cognata siano visite di pura cortesia.
Si dice che fu l'altro fratello di Giovanni e Paolo, Malatestino Dell'Occhio (detto così perchè aveva un occhio solo), ad avvertire Gianciotto della tresca. Costui, siamo nel settembre del 1289, finge di partire da Gradara per raggiungere Pesaro, di cui è Podestà, ma dopo poco rientra nella Rocca e trova gli amanti in atteggiamenti inequivocabili. Paolo cerca di fuggire da una botola ma il suo vestito si impiglia in un chiodo ed è costretto a tornare indietro. Gianciotto spada in mano si avventa sul fratello ma Francesca, per proteggere l'amante, gli si para davanti e vengono infilzati tutti e due.
Da allora, sono passati più di 700 anni, la storia di Paolo e Francesca è diventata leggenda.
Nel corso dei secoli poeti, musicisti, letterati, pittori e scultori si sono ispirati alla tragedia di Paolo e Francesca ed ancor oggi la loro storia d’amore, avvolta in un alone di mistero, affascina migliaia di persone.
Dante colloca i due amanti nel girone dei lussuriosi nel canto V dell'Inferno.
Nella Rocca di Gradara, nel secolo XVII fu scoperto, murato, uno scheletro rivestito di un'armatura mentre nel 1760, durante uno scavo fu rinvenuto un sarcofago contenente i resti di una donna che, dai vestiti e dai monili, si desunse essere una nobildonna. Pur non essendoci certezza, la fantasia popolare ha attribuito i due corpi a quelli dei due sfortunati amanti.

Dal V canto dell'Inferno:
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende, prese costui de la bella personache mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,mi prese del costui piacer sì forte,che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.Quand'io intesi quell'anime offense,china' il viso e tanto il tenni basso,fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».....

Foto: La Rocca di Gradara.






















lunedì 8 settembre 2008

Il Presidente Napolitano su Yle1 Tv


Ieri sera, domenica, durante il telegiornale delle 20,30, la tv di Stato finlandese ha trasmesso un'intervista al Presidente Napolitano.

In Finlandia è prassi che la tv di Stato intervisti le Personalità politiche straniere in prossimità di una loro visita nel Paese.

Il Presidente tra l'altro ha affermato. "Noi siamo impegnati a costruire una politica estera e di sicurezza comune dell'UE. Molto potrebbe essere facilitato dalla entrata in vigore al più presto possibile del trattato di Lisbona. La UE da molti anni ha gettato le basi di un rapporto di cooperazione con la Federazione Russa che è un rapporto strategico ed essenziale per entrambe le parti di fronte alle sfide globali e ai problemi comuni del nostro tempo".


La visita, come comunicato dal Quirinale, si svolgerà secondo il seguente calendario:

La cerimonia di ricevimento e i discorsi ufficiali si svolgeranno presso il Palazzo presidenziale martedì 9 settembre, mentre il giorno successivo il Presidente Napolitano si recherà a deporre una corona di fiori al cimitero di Hietaniemi e, successivamente, verrà ricevuto all'Eduskunta, sede del Parlamento, prima di avere un incontro con il Primo Ministro, Matti Vanhanen.

Nel pomeriggio è previsto un incontro con la Comunità italiana in Finlandia.

Da italiano in Finlandia, l'augurio è che la visita serva a rafforzare quei sentimenti di amicizia e stima di cui proprio noi che viviamo in questo Paese siamo i primi testimoni.
Nella foto: il Parlamento finlandese

Minoranze linguistiche in Italia. Il Tabarchino



Il Tabarchino è espressamente riconosciuto come lingua minoritaria all’interno della Regione Sardegna in base alla legge regionale n. 26 del 15 ottobre1997.


Questa lingua, variante del genovese, era parlata nel sec XVI nell'isola di Tabarca in Tunisia. successivamente, nel sec. XVIII, si trapiantò in Sardegna, nel'arcipelago del Sulcis, e in Spagna, nell'isola di Nueva Tabarca, nella Regione di Alicante. Oggi il Tabarchino risulta estinto, dal sec. XX, in Spagna mentre è ancora parlato in Sardegna nei comuni di Carloforte, sull'isola di San Pietro, e di Calasetta, sull'isola di Sant'Antioco. Comunità di Tabarchini vivono anche a Cagliari, a Carbonia ed Iglesias oltre che a Genova.


La consistenza numerica delle persone che parlano il Tabarchino è di circa 9.ooo persone.


Attulamente, al fine di tutelare la lingua, i Comuni di Carloforte e di Calasetta adottano varie iniziative tendenti alla diffusione ed alla conservazione della lingua all'interno delle comunità.
Nella foto: Carloforte - corso Tagliafico
Una poesia in Tabarchino con la traduzione in italiano.

Nötte de San Gianmbattishta di Giuseppe Damele Garbarino
Shtanötte in queshta nötte antigade föghi a rüzò a bràighe nell'odù dell'erba i zöghi dell'amù. A shtè a s'avvie...E duman u su za u ciàighe pê vie du seversu a porta dell'invernu. Eternu gìu dansa reshpiù e sushpiù d'amante ad amante eccitante magìa se rinnöve shtanötte infinì ach'a shcrove a me nötte a to nötte suli in ta fragransa dell'erba shtanötte superba.



Notte di San Giovanni Battista
Stanotte in questa notte antica di fuochi la rugiada brìga nell'odore dell'erba i giochi dell'amore.L'estate si avvia...E domani il sole piegherà per le vie del cielo verso la porta dell'inverno. Eterno gioco danza respiro e sospiro d'amante ad amante eccitante magìa si rinnova questa notte infinita che scopre la mia notte la tua notte soli nella fragranza dell'erba questa notte superba.
Tratta dal libro Grammatica Tabarkina di Nino Simeone edito da Bandecchi e Vivaldi.

sabato 6 settembre 2008

La cassata siciliana


La cassata siciliana è una torta tradizionale a base di ricotta zuccherata, pan di Spagna, pasta reale, frutta candita e glassa di zucchero. Ingredienti aggiuntivi, quali pistacchi, pinoli, cioccolato, cannella, maraschino, si possono trovare nelle diverse varianti presenti nell'isola siciliana.

Anche l'aspetto esteriore può variare da una povera decorazione di glassa e frutta candita fino a decorazioni molto più scenografiche e multicolori.

Una variante molto diffusa in tutta Italia è costituida dai cosiddetti "cassatelli di Sant'Agata", tipici di Catania, vengono preparati in occasione della festa patronale di Sant'Agata e sono fatti con pan di Spagna imbevuto di liquore, farcito con crema e ricoperto con glassa bianca su cui viene posta una ciliegia. Essi vogliono rappresentare una mammella con riferimento alla storia della Santa a cui furono asportate le mammelle prima del martirio.

La storia della cassata è antica ed ognuna delle dominazioni straniere della Sicilia ha contribuito ad aggiungere un nuovo ingrediente, una nuova variante.

Il suo nome sembra derivare dal termine arabo qasat (bacinella) o per altri dal latino caseum (formaggio).

Gli arabi (in Sicilia tra il IX e l'XI sec. d.C.) portarono in Sicilia il limone, la canna da zucchero, il cedro, l'arancia amara e la mandorla. Questi ingredienti, assieme alla ricotta che si produceva nell'isola da tempi preistorici, dettero vita ad una prima versione della cassata, costituita da un involucro di pasta frolla che veniva farcito di pasta frolla e poi infornato.

Durante la dominazione normanna (dall'anno 1061 all'anno 1194), nel convento della Martorana fu creata la pasta reale fatta con mandorle, zucchero ed estratti di erbe che davano la colorazione verde.

Successivamente, durante la dominazione spagnola (dall'anno 1516 all'anno 1713), fu introdotto in Sicilia il pan di spagna mentre risale all'epoca barocca l'introduzione dei canditi.

A questo punto ci furono tutti gli ingredienti che ritroviamo oggi nella cassata siciliana.

Inizialmente il dolce era tipico del periodo pasquale e la sua preparazione era riservata alle monache.

Un proverbio siciliano dice "E' stolto colui che, la mattina di Pasqua, non mangia la cassata".

Nel sec. XVI durante un sinodo dei vescovi siciliani fu affermato che "durante il periodo pasquale non si può rinunciare alla cassata", quasi un atto di fede!

mercoledì 3 settembre 2008

Il Presidente della Repubblica Italiana in visita di Stato in Finlandia il 9 e 10 settembre



Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, su invito del Presidente della Repubblica di Finlandia, Tarja Halonen, effettuerà una visita di Stato ad Helsinki nei giorni 9 e 10 settembre 2008, accompagnato dal Ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini.

Comunicazione


Sono una pastora luterana e ho lavorato in Italia per 9 anni.
Ogni tanto celebro la liturgia del matrimonio a qualche coppia italo-finlandese.
Di solito viene fuori che hanno avuto difficoltà nel trovare un pastore che sappia parlare italiano.
Perció voglio lasciare a voi il mio recapito, in modo di facilitare la ricerca.
Nella chiesa cattolica ci sono due preti italiani, e volendo è possibile organizzare il matrimonio anche con la presenza di due ministri delle chiese diverse. (In Italia facevamo così qualche volta, mentre qui in Finlandia sembra che si scelga di solito una delle due chiese.)
Se qualcuno vuole avere più informazione, sono disponibile a rispondere alle domande.
Con cordiali saluti,
Pastora Aija Kaartinen

tel. +358 50 3722776

Post più popolari

Helsinki, Finland
Questo blog vuole essere un piccolo contributo alla conoscenza dell'Italia e degli italiani e vuole anche contribuire a far conoscere ai lettori italiani qualche aspetto di questa meravigliosa terra che é la Finlandia. Il blog non ha alcun fine di lucro e non è responsabile dei links ad esso collegati. Per informazioni scrivere a: italianiinfinlandia@gmail.com